Lenin
Che fare?

Una riflessione di Lenin ci porta a una pietra miliare della teoria del partito: «Un comitato di studenti non serve: è troppo instabile! Benissimo! Ma la conseguenza è che occorre un comitato di rivoluzionari di professione. Studenti o operai poco importa, essi sapranno fare di se stessi dei rivoluzionari di professione.»

La concezione del partito in Lenin è chiara: «La struttura di ogni organismo è necessariamente e inevitabilmente determinata dal contenuto della sua attività...» Il partito è l'organizzazione dell'attività dei rivoluzionari di professione.

Nel Che fare? Lenin avverte il pericolo di una ripetizione formale delle tesi marxiste, «senza saper valutare criticamente» ossia senza l'esame dell'assimilazione della scienza. Il concetto di strategia in Italia trovò la diga dell'economicismo, del positivismo evoluzionista, del massimalismo e del localismo: saranno le quattro roccaforti su cui nella penisola poté poggiare la fase politica del revisionismo aperta da Bernstein nel 1899.

Lo schema strategico di Engels del 1894 ebbe una lettura e una assimilazione parlamentaristica, la dinamica delle alleanze rimase subordinata al ciclo rifomista aperto con il giolittismo nei primi anni del nuovo secolo; la naturale reazione massimalista non ruppe gli argini dell'estremismo democratico-borghese. La visione internazionale, privata dell'ancoraggio strategico del proletariato potenza tra le potenze, rimase subordinata agli schemi strategici della diplomazia giolittiana.

Nel movimento operaio italiano la coscienza poteva essere portata solo dall'esterno e con essa il modello di organizzazione. Il compito toccò all'avanguardia russa maturata sulle potenti spalle del Che fare?

2004, 324 pagine, brossura
ISBN 88-86176-50-3
€ 5,00
torna all'indice della collana...