«A un certo momento dello sviluppo economico del capitalismo italiano, i lavoratori iniziarono un movimento rivendicativo d'ampie proporzioni centrato su aumenti salariali egualitari e su riduzioni d'orario di lavoro. Si presentò per gli esangui sindacati in Italia un'occasione unica e irripetibile di raccogliere il movimento in una salda e duratura organizzazione, in grado di affrontare la stagione delle "vacche magre" quando quella delle "vacche grasse" sarebbe ciclicamente finita. Perché i sindacati sprecarono quella occasione? Perché rimasero succubi dei partiti parlamentari. Invece di svolgere il loro ruolo di difesa delle condizioni dei lavoratori, ruolo per il quale sono nati, pretesero di assolvere un ruolo di "soggetto politico" in combutta con governi, partiti, istituzioni parlamentari. Rinnegarono le rivendicazioni salariali in cambio di un piatto di lenticchie da ciarlatani. È finita come doveva finire. Le questioni del salario sono trattate da tutti: dal governo, dai partiti, dal parlamento, meno che dai sindacati ridotti a inerti complici dei peggiori trucchi parlamentari.»
La riflessione di Cervetto del 1985 sull'occasione perduta ci lascia la chiave per interpretare la disfatta sindacale maturata in modo irreversibile negli anni Novanta.
Nella valutazione di Cervetto i sindacati non avevano alternativa: «diventare europei» o «affondare». Se il carattere del ciclo di lotte sindacali di difesa stava nella sua europeizzazione, non comprenderlo significava per la burocrazia sindacale andare verso «l'autodistruzione».
Mille episodi hanno mostrato l'inesorabile procedere di questa tendenza. Le generazioni di sindacalisti formatesi alla scuola della DC e del PCI e alimentate dal «trasformismo di massa» degli anni Novanta, sono state interpreti di questo copione.
Il nodo del sindacato europeo si proietta nel nuovo decennio. Affrontarlo sarà sempre di più un passo obbligato nel processo di formazione di nuovi militanti internazionalisti, nella lotta alle vecchie ma anche alle nuove ideologie che usciranno dal rinvigorito ventre dell'imperialismo europeo.
Il movimento sindacale non può sfuggire né alla sua natura né ai suoi limiti oggettivi: è un movimento rivendicativo. In una fase del ciclo caratterizzata da una profonda passività sociale, l'attività rivendicativa si riduce, i difetti della burocrazia crescono, ma divengono giganteschi se si pensa di aggirarli con le illusioni del "primato della politica", per di più scimmiottando gli atteggiamenti della «mezza classe».
Un duro lavoro aspetta i leninisti. Dobbiamo operare tra le macerie di una burocrazia sindacale in disfatta, screditata, che fa di tutto per rendere inabitabile una casa costruita dalle passate generazioni nel corso di un secolo. Ma è nella natura del lavoro dipendente la lotta per il salario e la sua ciclica dinamica. Per questo lavoriamo nel sindacato e con il nostro modello bolscevico di militanza ricordiamo alla classe che anche il sindacato «esiste per il presente, ma soprattutto per il futuro».